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6 aprile 2003


Rulli di tamburo per Scorza Breve saggio bibliografico sullo scrittore peruviano Manuel Scorza 1°parte: “poiché i fatti superavano la poesia” (in risposta al perché l’autore peruviano avesse smesso di comporre poesie) Manuel Scorza ha occupato nella letteratura latino-americana un posto d’assoluto rilievo, ampiamente meritato e provato dai cinque libri che compongono le sue ballate (cantari). Dico ha occupato, poiché lo scrittore peruviano è scomparso da tempo in un incidente aereo nei pressi di Madrid; la stampa all’epoca non ha speso che qualche riga solo per dovere di cronaca. Eppure questo scrittore, con l’ausilio di una scrittura a cavallo tra finzione fantastica e tradizione popolare, ha saputo recuperare una chiara identità socioculturale propria del popolo peruviano, così spogliato della sua storia da regimi militari che nell’espressione corale della sua cultura ravvisava i germi della rivolta. Riconosciuto ormai come l’erede naturale di Jose Maria Arguedas, il poeta delle battaglie e delle carceri (molti ricorderanno di questo autore ‘Il Sexto’ con i fatti cruenti avvenuti in questo carcere di Lima), Scorza nei suoi ‘cantari’ si è servito di un genere fantastico per narrare l’epopea di una nazione che nel secolo appena concluso ha conosciuto il violento alternarsi di dittature politiche. Un filo d’oro lega l’opera scorziana al più acclamato scrittore colombiano Marquez: la volontà che opporsi al ‘sistema’ con la fantasia corale di un popolo intero. Un’accurata ricostruzione di personaggi, cose, paesi che combattono per una comune identità. Il gioco di scomposizione e ricomposizione dei quadri con cui sono costruiti i suoi romanzi lo rendono unico nel genere. Piccole storie si intrecciano una dentro l’altra in un contesto generale di un’unica trama principale: un fantastico gioco di scatole cinesi. Gli steccati che separano l’epica, la sociologia, la poesia, l’impegno politico, la narrazione vengono così a cadere, dando un pulsante ritmo narrativo al corpus operandi. Nelle sue storie vi è un concatenarsi di eventi individuali e collettivi che danno ad ognuno dei personaggi la coscienza di sé per una ricostruzione di una consapevolezza unica e collettiva. 2°parte: Rulli di tamburo per Rancas (1972)*-1° cantare Da questo primo volume dei ‘cantari’ prende vita tutta l’epopea che lo scrittore peruviano dedica alla sua terra. Questo primo romanzo non è soltanto frutto di finzione letteraria, ma anche, come ho scritto precedentemente, un’accurata ricostruzione di fatti realmente avvenuti, animati da personaggi di cui ancora le cronache locali si occupano ed il potere politico ne teme il ricordo. Figura centrale del primo ‘cantare’ è Horacio Chacon, il Nittalope, trasformato dall’incalzare degli eventi ad eroe e mito dei campesinos. A fianco di questa figura leggendaria si erge metaforicamente un’altra, che nello scorrere della narrazione accentra su di sé la maggiore attenzione, si tratta del Recinto: spettro che imperversa tra la popolazione. In realtà il recinto è fisico e tangibile, ed è eretto per limitare e confiscare la terra ai contadini; giorno che passa il recinto divide la terra sottraendola alla gente dei villaggi, in più isolandoli gli uni dagli altri. La prosa di Scorza si serve di continue metafore, tese a significare la tensione ed il pathos di cui si veste la storia drammatica di queste persone. Dunque insieme al recinto ecco comparire il fantomatico ‘sol’(moneta peruviana) smarrito un giorno dal sorvegliante al soldo dei proprietari terrieri, il ‘Personero’. Tutti gli abitanti del paese si accorgono di questo ‘sol’ smarrito e per paura di essere accusati di furto nessuno osa raccoglierlo, anzi la moneta ogni giorno è sorvegliata a turno e difesa da ignari venuti da fuori. La vicenda si conclude in maniera grottesca un bel giorno quando…. “il vestito nero si ferma in strada davanti al sol, un mormorio fece fremere la piazza. Il Personero raccolse il sol guardandosi attorno, e si allontanò. Lieto della sua fortuna, quella sera rivelò al circolo ‘Signori, ho trovato un sol in piazza!’ La provincia sospirò”. 3°parte Storia di Garabombo, l’invisibile (1973)*-2°cantare Garabombo, il personaggio di questa seconda opera, ha in comune con Horacio Chacon il fatto che entrambi siano veramente esistiti, anche se le loro gesta sono state romanzate, e dunque arricchite, per essere rimandate ai lettori futuri. A differenza di Chacon il personaggio di questo secondo ‘cantare’ha una curiosa caratteristica che lo rende per l’appunto ‘speciale’: egli, infatti, può rendersi invisibile ogni qualvolta si trova a che fare con le autorità. Per questo motivo Garabombo può compiere ogni genere di prodezze, destinate a divenire leggende ed essere raccontate nelle famiglie che popolano i vasti paesaggi andini. Con il passare del tempo sempre più prende consapevolezza di questo curioso dono, ingegnandosi a come trarne vantaggio non solo per sé, ma per tutti gli altri comuneros. Rispetto al primo romanzo qui si trova un ulteriore accrescimento delle varie situazioni narrative. Partendo da una cifra stilistica propria del fantastico, via via si passa ad una narrazione comica e sarcastica per arrivare ad una scrittura drammatica che rileva con forza i vari avvenimenti che si susseguono. In questo modo si ha una visione d’ampia lettura su vari livelli, approdando ad un aspetto maggiormente corale, in contrapposizione… ‘agli occhi del potere che non vuole vedere tutti questi ‘invisibili’.’ Dove per l’appunto l’invisibilità diviene una metafora amara, verso quelle persone vessate dagli sfruttatori che in loro si rifiutano di riconoscere dignità e rispetto. 4°parte Il cavaliere insonne (1979)*–3°cantare La ricerca dei documenti che anticamente stabiliva le proprietà terriere originarie, dà vita, in questo terzo ‘cantare’, ad una bizzarra unione tra campesinos ed avventurieri. Una buffa e donchisciottesca impresa, alla ricerca di un leggendario ‘tesoro’ degli Incas, fortuitamente condurrà alla scoperta della antica carta dei diritti dei contadini. Questa carta diverrà il simbolo e la bandiera di una grossa rivolta, tesa a reclamare le terre per i contadini, repressa nel sangue. Tuttavia i comuneros in loro scopriranno i germi delle antiche civiltà precolombiane, riappriopriandosi dell’eredità morale di una grande guida Incas come Tupac Amaru. Sono ancora vive in quei luoghi gli echi della storia del capo Inca: ultima barriera contro l’invasione e la colonizzazione spagnola cui la fantasia ed il coraggio non poté nulla contro tanta barbarie. Tupac Amaru venne infatti ucciso ed il suo corpo tagliato in varie parti, ed ognuna di loro sparse ai quattro angoli del Paese, affinché il suo corpo non avesse mai a ricongiungersi, secondo la leggenda, ed in più come monito futuro a nuove ribellioni. Per Manuel Scorza è proprio nella ricerca delle antiche radici, attraverso il recupero di vecchi documenti o dei resti del capo Inca, che sta la chiave per un cosciente risveglio popolare ed un recupero paziente della cultura madre. Mediante tutti questi simboli e grazie a questa ritrovata volontà gli odierni eredi di quella gloriosa civiltà sono ora in grado di riscrivere la storia, con la S maiuscola. In questo romanzo arriva in soccorso un nuovo mito come il cavaliere insonne, che non avrà mai pace finché le terre non ritornino ai loro antichi e legittimi proprietari. 5°parte Cantare di Agapito Robles-(1979)* 4°cantare Per chi si imbatte per la prima volta con l’opera di questo scrittore l’impressione prima che viene alla mente è la ripetizione apparente della trama. In ogni suo libro, che siano questi racconti o romanzi, oppure opere di saggistica, il tema del contrasto tra l’uomo bianco e la popolazione indio con le sue secolari rivendicazioni, è sempre al centro del discorso trattato. In speciale modo questo lo incontriamo in questi cinque romanzi o ballate. Tuttavia ad ogni nuovo capitolo si aggiungono via via elementi nuovi collegati tra loro dal filo comune che è per l’esattezza il recupero di una cultura antica e collettiva. Questo romanzo continua idealmente il precedente ‘Il Cavaliere insonne’, infatti dopo la ricerca delle antiche carte dei diritti dei campesinos e con questa ritrovata arma rivendicatrice la lotta si conduce in maniera vittoriosa, guidata da un nuovo personaggio che risponde al nome di Agapito Robles. Già abbiamo avuto modo di incontrarlo nei precedenti ‘cantari’, degno erede di Horacio Chacon e del più famoso Garabombo. Con questa avventura possiamo vedere come i latifondisti siano costretti ad arretrare a tanta ritrovata forza e nuova determinazione, ma più di tutto dalle pagine traspare un altro elemento: la bellezza sensuale di Maca. Un affascinante personaggio prende corpo dalla penna dello scrittore andino, in lei si incarna ciò che di più sensuale e misterioso della mitica terra peruviana. La fantasia di Scorza in questo ritratto di donna spazia senza limiti alcuni, dando a Maca Albornoz quella geniale sensualità che conduce alla rovina, o possiamo dire alla pazzia tutti i proprietari terrieri più potenti, compresi i più coriacei come il Personero, il ‘vestito nero’ di ‘Rulli di tamburo per Rancas’. Altri curiosi e magici elementi sono i ponchos in cui sono ricamati gli avvenimenti passati e futuri della popolazione del luogo. Proprio nel poncho coloratissimo di Agapito Robles vi è descritto l’esito vittorioso della lotta per le terre; ricamati infatti vi sono i personaggi che animano la battaglia, ricamato è il fuoco che brucia le proprietà dei padroni “….ben presto ci sentimmo come accanto al forno dei Lucas. Il soffocamento divenne intollerabile: ci costrinse ad uscire. Allora vedemmo! Tutta la gola stava ardendo! Un serpeggiare di colori avanzava incendiando il mondo.” 6° parte La Vampata (1980)*-5°cantare Con questo romanzo termina il ciclo delle ballate, essendo la fase ultima dell’opera ha un carattere riassuntivo riallacciando tutti quegli elementi che nei singoli cantari si sono alternati ed aggiunti; proprio come un rimandare all’ultimo il gioco di scomposizione dei quadri, dei personaggi e degli avvenimenti tutti. Anche in questa ultima ballata si affaccia un nuovo personaggio, atipico rispetto ai precedenti: l’avvocato Ludesma che impugna la causa contadina. Qui Scorza ha l’intenzione di dare un immagine più precisa della antica e nuova guerra dei campesinos. Come nei precedenti romanzi rincontriamo personaggi già conosciuti, infatti in questo capitolo assistiamo alla ‘santificazione’ della bellissima Maca ormai assunta a mito. Definitivamente l’autore chiarisce e puntualizza gli intenti che si era prefissato nel suo complesso lavoro narrativo in cui oltre ad un recupero di un patrimonio comune invita i suoi conterranei a dotarsi di tutti gli strumenti necessari per una libertà e democratizzazione del Paese. In questa opera si delinea tutta la peculiarità e particolarità delle esperienze a cavallo tra leggenda, mito, storia e fantasia, tipiche di tutto il continente sud americano. 7° parte La Danza Immobile (1983)* Questo romanzo non ha nulla a che fare con il ciclo delle ballate ma è una sorta di autobiografia, o se volete un bilancio della sua brillante attività di scrittore. O forse, a questo punto per dirla tutta il suo più sincero testamento. Sarebbe giusto spendere qualche rigo su questo libro, frutto di una più matura introspezione, che si incentra su due personaggi apparentemente diversi tra loro. Il primo è un guerrigliero che sceglie la vita del rivoluzionario convinto fino in fondo della sua scelta, animato da una seria passione per la libertà. L’altro sceglie una strada opposta: l’amore, in una Parigi patria dei bohemien, ma anche di intellettuali ed artisti. Anche quest’ultimo è convinto della sua scelta e la cosa che lo rende simile all’altro è la forte passione e tensione che lo anima e la scoperta finale, ma forse già intuita, che sia la rivoluzione sia l’amore possono ingannare e tradire. Manuel Scorza traccia un profilo coerente di questi due personaggi mettendone a nudo le contraddizioni e le illusioni. La severa ortodossia del militante, la solitudine che ne consegue lontano dagli amici e dagli affetti, distante e riluttante da passioni amorose. Mentre nell’altro affiora un tratto di viltà, poiché scegliendo la strada dell’amore verso una donna, si trova lontano dagli impegni reali che la vita quotidianamente pone, ritrovandosi impotente ed impreparato nei confronti di tanta barbarie di un regime militare oppressivo che lui ha fuggito con l’esilio dorato in un’altra terra. Più vicino ad un romanzo di stampo esistenzialista ‘ La Danza immobile’ , al di là dei suoi contenuti più o meno condivisibili pone con forza domande angoscianti circa il perché gli uomini siano spinti a combattere, ad amare e perché no a …….scrivere. * Tutti questi libri sono disponibili presso le edizioni Giangiacomo Feltrinelli




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6 aprile 2003




L’officina di Stefano D’Arrigo:
giornalismo e critica d’arte alle origini di un caso letterario.
Presentazione del libro della Professoressa Daniela Marro.
Frosinone Sala convegni Palazzo Turriziani-11 aprile, ore 17,30

Molti in queste ultime settimane hanno potuto seguire un prezioso ciclo di conferenze sul tema del ‘romanzo’, presso la biblioteca di Frosinone. Questa iniziativa, ancora in corso, si articola sui vari aspetti del romanzo e sulla sua sorte futura, ricevendo la gradita partecipazione di pubblico ogni volta sempre più numeroso. In questa occasione abbiamo avuto modo di conoscere la professoressa Daniela Marro, che ha intrattenuto gli astanti sul tema del romanzo giallo, ed apprezzato la sua capacità di renderci partecipi di temi stimolanti ed aspetti della letteratura il più dei casi limitata agli addetti ai lavori. Per questo motivo ci si ripresenta un’occasione da non perdere per continuare a farci condurre, con sapiente mano, nell’universo letterario di un grande scrittore italiano come Stefano D’arrigo, il cui nome rimane indissolubilmente legato ad un famoso caso letterario relativo al suo più famoso romanzo ‘Horcynus Orca’. La professoressa Marro affronta il grande scrittore siciliano da un’altra angolazione per farci meglio conoscere la sua opera totale ed il perché sia diventato un vero e proprio caso editoriale e culturale. Nel suo libro ‘L’officina di D’Arrigo’ , edito dal comune di Alì Terme, scandaglia a fondo tutta la poetica dell’autore partendo dai suoi primi passi che vanno dal giornalismo alla critica d’arte conducendoci nel sostrato più sconosciuto dove già si annidavano i germi delle sue opere maggiori che lo hanno reso celebre.
Dunque avremo modo di approfondire il tutto per l’occasione della presentazione del libro in giorno 11 aprile presso la sala convegni di Palazzo Turriziani in corso della Repubblica 62 alle ore 17,30. Oltre all’autrice interverranno il prof. Marcello Carlino dell’Università ‘La Sapienza’ e del prof.Eugenio Ragni dell’università ‘Roma tre’.




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21 marzo 2003


Ecco qua 3 poesiE DI MARCO SILVAGNI:
HANNO IL DONO DI CENTRARE L'OBIETTIVO COME UN LAMPO CHE SQUARCIA IL BUIO E CI INVITA A RIFLETTERE


Piccola verità dimenticata.

luce brucia il nero

ferisce l'occhio cieco;

non significa:

il recettore già sa.

ecco

si dissolve il Caos visionario. E',

nuovamente,

il grande Inganno

a prendere posto.



Ascesa rivoluzionaria egualitaria.

Solo ciò che avviene decide cosa è avvenuto?

Futuro prima del passato

fu quel che è:

è ciò che sarà!

Cora vincerà,

lotta per la consapevolezza!

Massa uniforme

distorciti!

Devastati!



Paternità a-convenzionale.

Maledetta droga:

presa non voluta

masticata, imparata, inculcata;

troppa nei lunghi anni inerti

poca: breve sparo suicida.

Erano Padre e Figlio.

Ora, guardo affranto l'uomo morente:

visione di droga.

Pago al bimbo la prima dose:

inutile.

Muore per sua stessa mano:

dramma sniffato veloce.

Grido, non posso non farlo,

ne ho estremo bisogno:

vibrazione vuota dell'astinenza drogata.

Non ha pianto,

non un muscolo si è mosso:

non ha capito nulla

quel nulla fatto di tutto.

Ora sono nuovi oggetti rituali.






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16 marzo 2003

versi leggeri di una poetessa

della serie:continuate a mandare le vs cose e saranno prese in esame per dargli il giusto spazio.

Claudia Sancasciani
Il sogno che unisce
Poesie
Edizioni Montedit -collana i gigli
Pagine 28
Euro 4.13


Stanotte non torno.
Non riprendo in mano
la mia vita, per una volta…
Voglio respirare un’aria nuova……
……………………………………
è come una dolce fuga nell’intimo
dei miei pensieri, è come guardare
la mia vita da lontano e sentirmi stanca,
ma quest’aria nuova mi farà vivere
momenti nuovi e indimenticabili.

I versi della Sancasciani scorrono lievi nelle pagine di questa piccola raccolta, liberi dall’obbligo di un’imposizione stilistica mirante a confezionare un buon prodotto letterario leccato che faccia bella figura di sé. La poesia che esce fuori da ciò è colloquiale, arriva diritta al cuore, o all’anima se preferite, di chi legge.
La sensazione che si leva con forza è di trovarsi di fronte ad una persona che ha deciso di mettersi a nudo. Parlare di sé e dei suoi più vividi momenti interiori, che fa piacere fermarsi con lei ad ascoltare quello che ha da dirci aiutandoci a guardare dentro di noi.
Scopriamo attraverso lei quei momenti che ci appartengono, parole e concetti, idee e riflessioni che in noi sono presenti, ma che non siamo stati capaci di fermare. Lei ci riesce con grazia per noi, senza pedanteria, senza pretese verbali ed il tempo che lei cattura e ferma anche per noi ha un attimo di sosta.
La poesia con cui volutamente ho aperto questo discorso possiede questa forza e questa profondità. C’indica una strada da dove guardare distaccati la nostra vita gravida d’angosce e preoccupazioni, da questa distanza la lasciamo passare liberandola dai suoi obblighi e nevrosi per poi riprenderla depurata dalle sue scorie.
‘come cambia il vento
così la mia vita cambierà.
Calda o fredda,
sarà altalenante..
tra sentimenti d’amore,
rabbia e passione.
…………………
saprò inventare un nuovo amore per te,
imparerò cosa vuol dire
svegliare i miei occhi
davanti ad un nuovo sole.
Come cambia il vento
Così la mia vita cambierà
E una scia …come il vento
la mia vita lascerà.’
Possiamo forse non essere d’accordo con quello che dice, lei ha deciso di non fare resistenza o creare artrito di fronte alle mille difficoltà che il male di vivere ci pone. Lei come vento passa, come brezza che rinfresca, come refolo di vita che in sé accoglie quanto di rinnovatore arriva. In questi versi sciolti non c’è nessun partito preso, nessun obbligo a condividere un pensiero unico, vuole essere ascoltata e le sue parole non sono urlate, ma sono sussurri e dolci ammiccamenti.
Percepiamo nelle sue liriche echi di grandi poeti come Rilke che soleva dire che è importante saper ricordare, ma ancora più importante saper dimenticare. Claudia Sancasciani si sforza di guardare dentro le cose, dentro il proprio cuore, i tanti amori e legami con gli altri, ma ha anche la saggezza di non restare troppo attaccata alle cose, invischiata nella quotidianità che opprime, ed è per questo che dopo ogni lirica che leggiamo ci dà la sensazione di una ripartenza.
‘aspetto di crescere-per cogliere i fiori più belli,-per far bagnare il mio viso-da una pioggia sincera’
Pur dando a volte la sensazione di un profondo smarrimento inaspettatamente lei è già altrove. Il ricordo corre alla scrittrice inglese Virginia Woolf dove nei suoi diari lamentava l’impossibilità di continuare a vivere ed a scrivere, di aver perso insomma il dono della loquacità, mentre invece proprio da queste innumerevoli pagine di diario troviamo le migliori pagine della scrittrice inglese e di tutta la letteratura inglese moderna. Ed è questo che più di tutto scopriamo in queste poesie così combattute, la netta consapevolezza di essere al centro di se stessa ed occupare un posto chiaro nel teatro della vita(avrò il mio posto in questa vita-avrò il sole da guardare al mattino, appena sveglia. Accenderò il buio della notte)ma ancora di più, e cioè la consapevolezza di sapere dove andare e quali viaggi intraprendere, quali altre sfide da raccogliere e lanciare, insomma per dirla tutta vivere la propria vita in prima persona, con forza ed una sapiente dose di autoironia.
Oltre….
C’è la vita che sogno
c’è la persona che amo
c’è un sole da guardare al mattino,
c’è una vita da costruire.
Oltre queste mura
che mi stringono
come in una morsa…
Oltre queste strade
che non hanno un punto di arrivo,
c’è una passione forte,
forte come il vento,
come un fulmine, come una bomba.




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8 marzo 2003

poesia di michele binci

Consapevolezze

Gomitoli di fumo
che si alzano dalla mente
mi riempiono di coscienza

Rime di miele
che colano dal cuore
mi appiccicano gusti d'amore

Mattoni rossi
che restaurano la vergogna
mi circondano di fortezza morale

Soffitti di lampadine
che proteggono dal vento
mi bastano per dimenticare le stelle

Gocce gemelle
che confondono i mari
mi danno identità

Catene di cristallo
mi assicurano alla vita




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2 marzo 2003

gli anni futuri

Gli anni futuri



Gli anni futuri che da ragazzo sognavo
sembrano ora essere arrivati.
Son diversi da come l’immaginavo:
né belli e né brutti.
Il mio futuro è passato,
il passato mio ingombra la mente ed affatica il cuore.
In lui affondo le mani.
Nella sua carne livida affondo i denti,
da cui ricavo storie da raccontare, percorsi da evitare.
Prendo a piene mani e lascio poi decantare,
poiché non bisogna fidarsi troppo, la finzione è sempre in agguato.
Il mio presente invece si guarda intorno,
procede senza peso nella strada illuminata del sole delle sette.
Il mio futuro si chiama presente ed è un cane da guardia
che custodisce un giardino.




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1 marzo 2003


Per un diverso modo di leggere


Molte trasmissioni radiotelevisive, con alterne fortune, si sono segnalate all’attenzione di lettori, aspiranti o potenziali, per la volontà di trasmettere un desiderio di leggere, se non un bisogno o un imperativo di lettura.
Vorrei partire da un presupposto: leggere non è un obbligo, nessuno può costringere altri a farlo. Leggere è un piacere individuale che in parte si condivide con altri.
Si legge per stimolazione amorosa, per consigli affettuosi, per evasione; altri lo fanno per imparare, per approfondire. Guai a pensare che leggere sia esclusivamente un fatto per acculturarci, per essere superiori ad altri. Ognuno legge a suo modo, ognuno quel che vuole, ma tutti consapevoli alla fine che dopo un aver chiuso un libro ci sentiamo in qualche modo migliorati o‘curati’.
Per questo motivo mi trovo non a consigliare un singolo libro, ma un’intera collana, in questo caso economica, della casa editrice Stampa Alternativa che con i suoi libricini al prezzo di lire 1000, si sforza di introdurci in questo meraviglioso mondo della lettura, facendolo con garbo ed ironia, esercitando solo l’arma della curiosità e della stimolazione.
Qualcuno potrebbe storcere la bocca per i libri o libricini che voglio consigliarvi,
dovuto in parte al loro piccolo formato, di media 40 pagine, rilegato con due soli spilli e con una foderina di carta, diversa dal tradizionale cartonato o plastificato che sia. I più severi puristi avranno modo di apprezzare alcuni piccoli gioielli, che via via sono comparsi in questa collana che appunto porta il nome di Millelire.
Oramai ne sono usciti parecchi, ancora reperibili in librerie specializzate o per richiesta nel catalogo. Altri ne escono periodicamente con la possibilità di un abbonamento annuale di poche decine di migliaia di lire.
I libri usciti sin qui vanno da una riscoperta dei classici latini e greci, con estratti delle loro opere più importanti, che in un certo qual modo ha riavvicinato il lettore giovane ad una rilettura d’autori come Epicuro, Marziale, Plutarco, Tacito, Seneca, Tito Livio, Eraclito e via dicendo. Fino a giungere ad autori più moderni come Hugo, Stevenson, Cechov, Vian, Shakespeare, Bukovsky, Kerouac, con le loro opere meno conosciute, più polemiche e giovanili. Insomma un modo di conoscere autori già conosciuti da un’altra angolazione. Per non parlare di antologie di letteratura minore che non incontra il grande favore del mercato, parlo di letteratura di minoranze linguistiche come i racconti galleghi, africani, delle Canarie.
Non solo di letteratura questa collana si occupa ma anche saggistica politica, sociale che va dai scritti di Kropotkin a saggi sul pacifismo e antimilitarismo, saggi sull’ambientalismo, sistemi elettorali, saggi sulla scuola e sull’educazione come alcuni libricini di Don Lorenzo Milani e la sua esperienza di scuola popolare di Barbiana. Inoltre saggi sulla droga, saggi sulla storia moderna, consigli per un’obiezione di coscienza, consigli in difesa del consumatore e quanto altro per quello che oggi si definisce servizio pubblico.
Non ultimo vorrei rammentare alcuni brevi testi che hanno il dono di farci guardare, attraverso insoliti punti di osservazione, uno spaccato della nostra società: una raccolta di testi scritti su banconote che a noi tutti sono venute tra le mani, testi raccolte dalle scritte su muri di periferia o bagni pubblici, testi raccolti dentro e fuori gli stadi, testi su rubriche di giornali o su internet, confessioni di lavoratori/ici e frequentatori di linee cosiddette erotiche, messaggi lasciati alla stazione di Bologna all’indomani dell’attentato terroristico. Non ultimo vorrei ricordare che in questa collana hanno trovato spazio giovani autori con le loro esperienze, le loro idee, proposte o preoccupazioni che diversamente non trovano spazio nell’editoria ufficiale, che sempre più guarda alle sole vendite ed al profitto. Concludo nel dire che sono libri di agile formato a bassissimo costo, che tuttavia non impedisce alla casa editrice di stampare piccole perle che hanno la capacità di stimolare il lettore occasionale.
Mi scuserete se non fornisco tutti i titoli in parte trattati genericamente qui sopra, ma per un ulteriore approfondimento si può consultare un sito su internet che ha il nome della casa editrice sin qui citata.
Affettuosamente
Marcellotucci@tin.it




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20 febbraio 2003

mandate le vs poesie e racconti

al mio indirizzo Marcellotucci@tin.it mandate i vs lavori e riflessioni, racconti e altro così potrò ospitarvi nel blog letteratura:dove si parla di letteratura e si prova a farla,senza pretese,per il piacere di incontrarci.vi aspetto




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15 febbraio 2003

racconto di alessandro ciotoli

diario

di Alessandro Ciotoli



Belgrado, 27 Maggio 1999

ore 18;50

Spengo la cicca sul cornicione e scendo giù per la scalinata che da sulla Sarajevka Ulica, dove c’è il bar di mio zio Emir. Il solo è ancora alto. Prima del tramonto debbo incontrarmi con una ragazza conosciuta l’altro ieri in un locale di Novi Beograd.
Zlata, occhi chiari, capelli appena sopra le spalle, di un nero intenso, voce da diva degli anni trenta. A dire il vero ero sbronzo quando ci hanno presentati, credevo fosse un’allucinazione. Sneto ancora la voce del mio amico Zarko che urlava freneticamente il suo nome, Zlata. Ricordo lei che prende un foglietto di carta e col suo rossetto vi scrive su “ci vediamo giovedì prima del tramonto”. Poi ci siamo dati appuntamento in questo bar, che è a un isolato da casa sua. Il bar è deserto, zio Emir sta ascoltando alla radio il notiziario delle 19, non so come faccia ancora a credere a quello che dice la radio, l’unica cosa attendibile è che ci stanno bombardando da due mesi, ma non è necessario ascoltare la radio per accorgersene. E’ ancora presto, mi frugo nelle tasche in cerca di qualche moneta per il juke-box, la trovo, è sempre più raro trovare belle canzoni in questi vecchi juke-box. L’unica canzone ascoltabile è Sitting on the dock of the bay di Otis Redding, su cui la mia scelta ovviamente ricade.
Ho imparato il testo di questa canzone a memoria quando avevo cinque anni, ricordo mio padre che l’ascoltava di continuo ogni volta che dipingeva, d’estate. Mio padre è morto lo scorso inverno per un tumore ai polmoni, è strano come accada sempre più di rado morire a causa di una malattia qui a Belgrado.

ore 22;05

Sono tre ore ormai che aspetto Zlata, e zio Emir è ormai ubriaco, il bar è sempre deserto. Da poco è suonato l’allarme aereo, tra poco la notte si riempirà di bagliori, di esplosioni, di sirene, di nuovi morti. Non ho voglia di tornare a casa. Non capisco come mai Zlata non sia venuta all’appuntamento, dopotutto è stata lei a prendere l’iniziativa, a decidere luogo e ora. Peccato, è da tempo che non esco con una ragazza, più tardi farò un giro sotto casa sua, così, tanto per camminare.
Sul bancone c’è “Politika”, il giornale del regime, lo prendo e inizio a sfogliarlo con noncuranza, adocchiando di tanto in tanto qualche pseudonotizia, così, per leggere. Ricco come al solito è lo spazio dei necrologi, coi noi che aumentano di giorno in giorno, prima o poi servirà un inserto speciale. Inizio a leggere i noi prima in ordine, poi alla rinfusa, continuo, fino a quando mi soffermo su un nome. Mi fermo.
Lo rileggo più volte. Chiudo il giornale a stento. Saluto zio Emir, ormai giunto alla trentaseiesima vodka. Esco.
I primi boati all’orizzonte, inizio a camminare dapprima lentamente, poi accelero sempre di più fino a correre e urlare. Urlo frasi senza senso, prive di un nesso logico, solo per sfogarmi, per urlare.
Nessuno si cura di me, nessuno è in strada.
Arrivo alla fontana intitolata a Tito, una delle tante, immergo la testa nell’acqua gelida per qualche secondo.
Mi rialzo. Mi siedo.
Di fronte a me c’è un palazzo distrutto dalle bombe cadute ieri sera.
Quel palazzo, era la casa di Zlata.




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15 febbraio 2003

paura-racconto di Camillo Savone

PAURA. E’ tutta una questione di paura. Che non riesco a buttare nel cesso. Che non posso seppellire insieme ai ricordi più asfissianti che mi danzano intorno fino a stordirmi. Paura che mi blocca nel buio calato negli occhi. O nella luce visto che è della luce e dello sguardo che ho paura mica del buio. Il buio mi isola da tutti e mi fa star bene. E’ tutta una questione di paura. Che tento di dimenticare solo adesso che il trattino lampeggiante prova a lasciare segni neri e strani in sequenza orizzontale sul foglio bianco finto del computer.
word
write
scare
fright
Paura che mi concede una tregua ma solo per poco. Tanto poi mi raggiunge più feroce e agguerrita di prima recupera tutta la violenza lei che teme la violenza ritrova tutta la forza temendo la forza. Una paura feroce che supero solo davanti a questo schermo piatto che mi fa parlare con la gente senza alcun suono e senza aprire porta e finestra di questa stanza. Brandelli di paura che scendono dalla sedia e si sciolgono sul pavimento quando apro outlook e explorer i miei due amici e le mie passeggiate. La mia vita. punto.
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Paura. E’ tutta una questione di paura. Nessuno ha spiegato da quando e quanto sia cominciata se di giorno o di notte se in un secondo ben preciso prima non ce l’ho subito dopo eccola qui a distruggerti oppure come un cancro ha iniziato a divorarmi magari dai piedi no meglio dalla testa forse da un braccio o da un dito conquistando poco alla volta tutto il corpo e il cervello anzi annidandosi dentro il cervello e soffocandomi nell’afa come adesso soffoca te che leggi parole appiccicose senza virgole e senza respiro. Ecco cos’è la paura. Non ce la fai. Non sei “idoneo”. Hai gettato la spugna. Hai rifiutato lo scontro non sei diventato arrogante come gli altri non ce la fai a vivere tutta la vita come in una gara a chi arriva prima cattura la prima donna crea i primi figli ha il lavoro migliore è sempre in forma ha l’amante da brivido e l’auto fullopzional. Non hai retto. E sei diventato barbone fino dentro il midollo contorcendoti di paura. Solo paura. Di chi ti guarda (perché ti guarda?) di chi ti parla di chi ti qualsiasi cosa. Anche di chi cammina. Che cammina a fare?
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Se è cominciata in un momento ben preciso sarà stato quando all’asilo non riuscivo a disegnare un elefante o quando in seconda macchiavo d’inchiostro la pagina di bella copia o quando la poesia si bloccava in quel punto che stava per arrivare quando dovevo attraversare la strada o alla festa dei suoi quindici anni mi sentivo morire ma ci ho provato solo per una canzone e mi ha detto no e si è messa a ridere e gli altri ridevano tutti e pareva ridessero di me. Oppure quando non mi hanno fatto superare il colloquio per un lavoro qualsiasi. E se invece tutte queste storie fossero delle tappe del cancro che piano piano mi ha mangiato? Oggi domani ho paura di tutto: di mangiare e di bere di respirare di dormire e di svegliarmi di cagare di mettere le virgole e di alzarmi da questa sedia. Di scegliere la camicia verde invece di quella gins di farmi una doccia troppo fredda o troppo calda di prendere la scossa dal fon di rispondere al telefono (chi sarà e che vuole) di vivere e di – come – morire. Avere addirittura paura di (come) morire.
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Qui è diverso: apro connetto e plano nel mondo dei senza paura dove nessuno è quello che è ed ognuno può diventare quello che vuole ci crede lo fa credere e tutto fila liscio come per gli altri la vita normale. Al limite qui può cadere la connessione ma hai tante vite puoi riprovare tante volte
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Ho tutti i siti in ordine: quelli per chattare quelli per gli sms quelli dei single quelli dei videogiochi. Un mix da sballo: in pochi minuti passi da una storia con un’impiegata di Udine a una mailing list di spostati forte da un campo di battaglia medievale ad una vita virtuale tipo grande fratello con chi vuoi tu che si comporta come vuoi tu; insomma qui si fa sul serio proprio perché nessuno ti guarda e chi ti legge e scrive vuole crederci e svuotarsi come me e come te.
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Paura di fare rumore di emettere suono anche senza volerlo dalla bocca o con le mani paura dei rumori che arrivano dal corridoio: ormai lo sanno tutti e stanno zitti e fermi e li riconosco ad uno ad uno e so anche a che ora devo aspettarmi i pasti la luce un minimo di interazione dovuta a forza maggiore con un altro essere caldo. E poi buio. Buio. Buio. Schermo piatto. Computer.

Non ricordo come ho fatto a finire qua dentro. Isolamento. E tanta paura. Isolamento. E paura. Psico. Farmaci. Nessuno. Nessuno. Nessuno. Nessuno. Qualcuno mi ha mandato una e-mail con un vecchio articolo di quotidiano. Parla dell’omicidio di una ragazzina che non ha voluto partecipare al gioco. Al gioco fino in fondo. Ci sono pure le iniziali degli animali del branco una è sottolineata nella foto della finestra senza vetri ci sono macchie di sangue. Sangue. E paura. Paura. Ancora tanta paura.
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permalink | inviato da il 15/2/2003 alle 1:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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